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“I wake up, and I see the face of the devil”. È così che inizia questo delirio vocale. E qui mi fermo per prendere fiato, a differenza della singer, che imperterrita va avanti a come in preda ad una possessione demoniaca. Si prega astenersi chi non vuole incappare in un disco complicato, fuori da qualsiasi logica di easy-listening e tanto meno da headbanging.
L’assenza totale di strumenti oltre alla voce schizofrenica di Diamanda (e scusate se è poco!), crea una sensazione di claustrofobia assurda. Le frasi si alternano tra intermezzi di pause, grida, vocalizzi da soprano. Le corde della Galás stridono; le vibrazioni che ne fuoriescono pervadono il cervello dell’ascoltatore, quasi fino al fastidio. Un fastidio straordinario; malato. La cantante sciorina un repertorio vasto che passa anche attraverso il growl e qualsiasi sia, la tecnica che sta usando, non viene mai a mancare una dose carica di emozionalità viscerale; un recitato che non abbassa mai la guardia. Diamanda in questo album è un teatro vivente, un caleidoscopio dei colori che risiedono nel corpo malato di AIDS, dell’amato fratello Philip-Dimitri Galás, alla quale, la cantante sembra dare voce per gridare all’infinito le sue pene e l’orrore della malattia. Ad ogni traccia è affidato un “Untitled” come se non si volesse distrarre chi ascolta, con parole scritte a riassumere il concetto del pezzo. “Vena Cava” si presenta con una complessità imbarazzante e geniale. Suonerà ripetitivo ma va da se che l’ascolto di questo disco è per una cerchia veramente ristretta di persone, in particolare per gli habitué dell’avant-garde, senza pregiudizi.
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