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L'avessero fatto unicamente per soldi, non ci sarebbe comunque da lamentarsi (almeno non troppo...). Il nuovo disco degli Immortal è un prodotto che guarda ossessivamente al suo passato più recente, ma senza eliminare qualche sbirciata nel futuro. Abbath rimette al servizio dell'Immortale la sua ascia e il suo strozzato scream (con Demonaz fido compare alle lyrics), mentre Horgh si siede dietro le pelli (scaraventandoci contro ritmiche dirette come un treno) e il nuovo Apollyon si sobbarca le bass-duties. Il sound è figlio legittimo di At The Heart of Winter e successivi, quel black-thrash epico e freddo come il ghiaccio, ma non sordo ad un richiamo sottilmente melodico. L'apertura dei cancelli è lasciata alla marziale All Shall Fall, che riassume tutti i crismi del disco e rilancia gli immortali nel panorama metal dopo diversi anni d'assenza. Trademark irrinunciabile è proprio il riffing e lo screaming catarroso e declamatorio del singer. The Rise of Darkness mescola partiture di chitarra dal retrogusto vagamente melodico nel chorus (impressione che proviene anche dalla linea vocale accattivante di Abbath), ma costantemente cesellato e potente. Il drumming di Horgh, marziale e con buone accelerazioni di doppia, sposa egregiamente un lavoro oscuramente epico. Discorso parallelo si potrebbe fare anche per Norden on Fire, aperto da un arpeggio effettato ed evocativo e poi stazionando su flavours malinconicamente innodici (pur procedendo potente e ritmato).
Ma gli Immortal non giocano unicamente la carta del brano ad effetto ed epico, scegliando un assalto all'arma bianca come Hordes of War come terzo esponente del trittico di testa. La "velocità" del brano aggredisce e la veemenza del lavoro alle pelli di Horgh contribuisce a strutturare un brano martellante e cattivo.
Dove Arctic Swarm si rivela, forse, l'unico elemento sufficiente in un disco più che buono, la successiva Mouth North riporta in alto l'ispirazione aumentando il tasso di innodicità e forgiandosi su un riffing freddo e circolare (compresivo da chorus "da stadio").
Chiude All Shall Fall la lunga ed epicamente black metal Unearthly Kingdom, canzone in cui Abbath&Co. sfruttano tutto il mestiere e si arrampicano nel reame non terreno facendo perno sul riffing del mainman e con l'uso, misurato, di qualche campionatura.
Gli Immortal non stupiscono più, arrivando al 2009 con un disco che suona la naturale prosecuzione di quanto fatto nel recente passato. Piace sentire che la route è la stessa e l'ispirazione è superiore al mestiere. Ancora una volta cresce l'oscurità e le orde della guerra si avvicinano... e gli Immortal ne sono i freddi cantori.
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