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Quando ho inserito nel lettore questo disco, e dalle prime note lente, cupe, pressate, ho capito che si trattava di un gruppo doom. Bene mi sono detta è un po’ che non metto su qualcosa di questo genere. Durante l’ascolto sono andata a vedermi un po’ di biografia; la band proveniente dal Perù, ha alle spalle già due full-lenght e pare una discreta approvazione nell’ambiente musicale nei loro dintorni. Mentre l’album procede con i suoi ritmi striscianti la voce della cantante Tania si ripete inesorabile ad ogni strofa. Di tanto in tanto fa capolino qualche incursione di hard-rock/heavy metal a smuovere un po’ le acque. Sono già alla terza traccia e la noia sta salendo al seguito delle chitarre che non hanno smesso di suonare le stesse cose. La produzione non è delle migliori, ma le competenze tecniche e soprattutto la fantasia nella composizione è davvero imbarazzante. La goccia che fa traboccare il vaso, “Cabeza de Celebra”, con degli pseudo screaming, resi veramente male, e siamo solo al quarto pezzo. Per i più temerari procedere significa avventurarsi in una lenta e crudele agonia sonora. Poca innovazione, tanta ripetizione. Sono arrivata fino alla fine di “Rituales Interiores” cercando di scovare un particolare, una minuzia, che potesse permettermi di spendere una buona parola per questo gruppo. Ho cercato in vano di salvare il salvabile, perché di sufficiente c’è pressoché nulla, e se c’è, nascosto da qualche parte, viene annientato da un’atmosfera noiosa che ha già costretto l’ascoltatore a spingere il tasto eject.
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