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La NWOAHM compie il giro e scavando sempre di più nel corpo del metal riscopre le sue radici, portandosi più vicino alla sigla originale a cui deve il nome. Già i Trivium (che, a umile parere del sottoscritto, raccolgono consensi in maniera del tutto ingiustificata) hanno con l'ultimo disco lasciato da parte lo swedish sound a cui tutti i gruppi di questa nuova scena si ispirano in maniera massiccia per recuperare – ehm, qualcuno ha pronunciato le parole “scopiazzare impunemente”...? - certe atmosfere thrash degli anni che furono. Questi Sanctity, forti della protezione proprio del cantante dei Trivium, che li ha fatti approdare alla Roadrunner, vanno ancora più in là e quello che sentiamo in questo disco deve molto al caro vecchio heavy metal di marca maideniana. Ebbene sì, vi può capitare di vedere questo gruppo spacciato per thrash metal: credetemi, qua di thrash ce n'è manco mezzo. Sì, certo, qualche riff qua e là, qualche passaggio, la doppia cassa... ma siamo nel 2007, certi stilemi sono ormai assodati e penetrati profondamente nel dna di chiunque si appresti a suonare musica pesante; non mi convincerete che quello che suonano questi ragazzi abbia molto più in comune con Slayer, Possessed, Anthrax o Kreator di quanto ne abbiano gli Slipknot. Qua si parla di coretti, fraseggi, assoli che riportano dritti al metal inglese dei primi '80, quando non a certo power metal di marca teutonica (sentitevi l'incedere dei cori di “Billy Seals”, che si apre con un intro orchestrale, o quelli di “The Rift Between”...)!
Certo, il gruppo si colloca a buon titolo nella scena NWOAHM e non mancano dunque riferimenti al sopracitato swedish death, alcuni tempi cadenzati e soprattutto un uso della voce pulita e della melodia a volte eccessivo e lagnoso (qualcuno userebbe l'aggettivo “emo”, anche se io me ne guardo bene... ma ci siamo capiti), che finisce per ammorbidire un po'troppo alcuni pezzi, come succede nel break atmosferico di “Brotherhood Of Destruction” o nel ritornello della title track. Questo difetto è però controbilanciato da una buona padronanza strumentale, che porta i Sanctity a sfornare anche degli ottimi assoli, questi sì davvero “old fashioned”!, da un'ottima produzione e da pezzi generalmente molto efficaci, che ti si stampano in testa nel giro di un paio di ascolti, come l'ottima opener “Beneath The Machine” o la bella “Laws Of Reason”.
Se di primo acchito mi pareva un disco un po' di “plastica”, come spesso accade con i gruppi di quest'area, devo ricredermi perchè ai successivi ascolti l'album cresce in maniera esponenziale. Certo per i Sanctity non vale la pena spendere l'etichetta “metalcore”, anche perchè qua di “core” veramente non c'è la minima traccia: questo è HEAVY METAL, nel senso più generico e allo stesso tempo caratterizzante possibile. Date un ascolto a questo disco, non ne rimarrete delusi, e tenete d'occhio questo gruppo, perchè continuando così faranno delle cose notevoli.
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