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Dopo un anno di silenzio discografico, gli heavy-stoner Slowtorch ritornano a far saltare i fusibili agli amplificatori con il nuovissimo Ep From Radiation They Came. Quanto di buono si era sentito nel primo full-lenght (Adding Fuel To Fire), viene confermato e, sicuramente, evoluto in questa seconda prova in studio. L'attitudine a proporre, insistentemente (e questo è un complimento), un proprio sound, sia esso fuori moda - forse sarebbe meglio dire fuori dal tempo-, fuori dal trend delle pubblicazioni mainstream, che sia riconoscibile come tipicamente Slowtorch-sound è rimasta fortunatamente intatta. I miglioramente rispetto all'LP? Enormi. La coesione del gruppo è maggiore e le canzoni sono tutte frutto di un unico periodo compositivo (coinciso con un maggiore apporto da parte di Skan al basso e un Peter più conscio delle possibilità della propria voce) e di questo ne giova l'insieme dei brani.
From Radiation They Came, essendo un Ep, propone unicamente un antipasto di quello che potrete trovare nel prossimo Cd, ma che antipasto: dall'iniziale Hillbilly alla conclusiva Hellboozer non ci sono cadute di tono e la massiccia potenza delle songs non è data tanto dalla ipnoticità massiccia dello stoner, ma più da un'attitudine maggiormente heavy che rende ogni canzone cemento armato nelle orecchie dell'ascoltatore.
Hillbilly apre le danze con il suo incedere heavy-rock, in cui uno stonatissimo (nel senso fattissimo) Chuck Berry flirta ripetutamente con i Corrosion of Conformity più ruvidi, i Black Sabbath e quella schiettezza compositiva che ha fatto degli AC/DC dei padrini di un certo modo di concepire l'hard rock. Il trio basso-batteria-chitarra è coeso e arrogante quanto basta e Peter è più a suo agio dietro il microfono, concedendo melodie e linee vocali particolari.
Ma è la chitarra ruvida di Bruno che apre Piledriver, pezzo cadenzato e con qualche influsso maggiore dello stoner da cui sono partiti i Nostri. Le spezie fornite dal genere che fu dei Kyuss/Nebula/Fu Manchu/Monster Magnet sono elemento principale nei momenti più "rarefatti", mentre il sound più heavy è la spina dorsale della canzone.
Dove l'hard-rock si sciacqua la sua volgare faccia con le misture venefiche dell'heavy e le sostanze psicotrope dello stoner nasce Drake Brute, il ritmo saltellante, l'interplay perfetto fra gli strumenti e un Peter roco quanto basta forniscono un pezzo avvincente e potente. E se non siete felici potete anche leggervi dentro ottimi rimandi al primo periodo dei Down (targato 1995), le "novità" dei My Uncle The Wolf di Jimmy Bower, gli Orange Goblin e non può mancare il grasso hard rock dei Clutch.
Se il disco era iniziato con l' hard'n'roll di Hillbilly, non poteva finire con uno dei riff più azzeccati del lotto. Hellboozer e i suoi effluvi alcolici sono la chiusura perfetta del disco. Se prima si erano notate delle influenze Clutch-iane nell'ordito sonoro, in Hellboozer vengono fuori prepotenti e si assiste ad una fantastica jam session fre il gruppo di Neil Fallon e qualche outlaw della zona New Orleans e perciò il blues,il southern e l'heavy si incontrano per una sbronza colossale. Oltre al riffone spaccamontagne di Bruno, non si può rimanere indifferenti alle bordate tirate fuori dalla batteria di Andrea, di cui si sottolineano alcuni passaggi nel centro della canzone, e il tutto viene completato dal basso grondante di sporcizia di Skan e la voce aggressiva ma perfettamente melodica di Peter. Un gran brano.
Ottimo lavoro da parte di Felix Bissardella (ex batterista degli stessi Slowtorch) dietro il mixer, capace di tirar fuori il meglio da ogni strumento.
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