| Quest’anno la Live ha cercato di fare le cose in grande, proponendo ai sempre assetati fan del metallo estremo un piatto che più ricco non si può: 4 giornate all’insegna del metal (anche se l’ultima è maggiormente rivolta al settore alternative).
Il vostro fedele cronista si è avventurato, insieme ad altri 2 suoi compagni di avventura (artefici, insieme al sottoscritto, di ben 3 interviste… grazie Bruno e grazie Roberto, entrambi Slowtorch), al primo giorno del suddetto festival del metallo.
La prima giornata del GODS è quella più estrema, più votata al macellamento sonoro e all’assalto dei decibel, peccato per la defezione dei Dimmu Borgir (rimpiazzati dal metalcore dei Caliban, sempre molto promossi dalla Roadrunner Records).
Il primo gruppo in cartellone sono i Cappanera, che io non arrivo a sentire.
Gli Amorphis aprono, veramente, la giornata del metallo. Suonano pochissimo, pescando qualche pezzo dal nuovissimo “Eclipse” e prendendo diversi brani dai classici immortali di “Tales from the Thousand Lakes” ed “Elegy”, ma non disdegnando neanche “The Karelian Isthmus” (c’è spazio anche per “Divinity” dall’album Tuonela) . Suono compatto, tastiere in spolvero, Tomi Joutsen convince come front-man, efficace nel clean come in un buonissimo e potente growl. Gli Amorphis sono noti ai loro fans per essere alquanto distaccati mentre suonano, ma Tomi riesce a garantire quel calore che serve. Prestazione convincente.

I subentranti Caliban sono ormai una delle realtà affermate del metal-core europeo. Macinano ritmo per più di un’ora, con ottima prestazione del cantante (per quanto, a pelle, straordinariamente antipatico) che non perde un’oncia di potenza vocale per tutto il corso del concerto. Ottimo effetto scenico del gruppo, con grande lavoro aerobico dei cantanti. L’unico problema è che dopo un po’ le pur arrembanti canzoni dei nostri stufano (non è che ci siano scarti dal filone metal-core… ).

Pensate ad un po’ di pausa? Neanche per idea. Tempo di montare il palco ed ecco sventolare nell’aria lo stemma dei Satyricon e l’entrata in scena di Satyr e compagnia bella. Pittatura facciale d’ordinanza, i black-metallers scandinavi entrano in scena con una canzone tutto sommato deludente e scialba, per poi incominciare ad ingranare la marcia più alta e pompare odio e distruzione in termini molto “black’n’roll”. Altro non so dire… visto che ero impegnato in interviste… stessa cose è avvenuta durante i set di Nevermore e Testament. Perciò i giudizi sono basati su quello che ho potuto vedere.

I Sodom propongono al pubblico il loro ormai più che funzionale speed-thrash (anche se meno evidente in certi punti). Tutti i pezzi proposti, da quelli nuovi a quelli vecchi (non che la differenza sia perentoria eh…) hanno un’ottima energia e il vecchio Onkle Tom si ingrazia la folla con pose molto alla “Lemmy” (nonché possedendo una straordinaria somiglianza con Mr. Kilmister). Set potete e compatto, buoni i suoni e l’energia di questi sempre verdi thrasher teutonici. La folla ha risposto convinta con diversi cori intonanti “Sodom, Sodom…” (a microfoni spenti, però, i Sodom si lasciano scappare un certo malumore per la prestazione odierna, non si capisce se per la loro prestazione o per la posizione in scaletta).

I Nevermore entrano in scena con potenza e tecnica, Warrel Dane è un front-man capace e ironico. Superano senza problemi anche alcuni problemi alla strumentazione, convincendo nonostante la mancanza del secondo chitarrista. Più di questo non so dire per la questione sopra citata.

I Testament (in versione originale) non sono manco riuscito ad ascoltarmeli, peccato. Ho sentito qualcosa mentre andavo alla conferenza stampa e quando sono tornato, ma non c’è stato verso di sentirli in maniera piena. Giudizio rimandato (anche se il pubblico, quando sono arrivato, mi è sembrato soddisfatto).

Finalmente salgono sul palco anche i Down del redivivo Phil Anselmo. Il front-man è in buona vena (nonché abbastanza ubriaco), questo si vede, offrendosi al cento per cento al pubblico che lo acclama in maniera smodata (serie di intonazioni anche per Dimebag). Getta sguardi truci durante le canzoni, sbatte la testa sul microfono, inneggia alla marijuana (subito fermato da Pepper Keenan) e alle sue origini italiane.

Le canzoni sono eccezionali e lui le canta con una voce che non si sentiva da epoche preistoriche: potente, calda e roca. I Down hanno due soli dischi dove pescare le canzoni, ma visto che ognuno dei due dischi è pieno di capolavori, non c’è ragione di crucciarsene. Risultato? Zigomo contuso (mio) e uno spettacolo in piena regola. C’è poco da fare, nonostante tutto Phil rimane uno dei migliori front-man, capace come pochi di creare un’atmosfera da delitto efferato e poi lasciarla dileguare.

Il fatto che Phil sia sopra le righe è testimoniato anche dal fatto che Rex Brown (ex-bassista dei Pantera, colpevolmente non acclamato dal pubblico, tutto concentrato su Anselmo) lo deve fermare e riportare in carreggiata.
Posizione d’onore per gli Opeth. Il gruppo prog-death svedese deve aprire per i rinomati Venom. Akerfeldt e soci sparano le loro composizioni a volumi eccessivi (soprattutto le tastiere), martellando il pubblico con le loro composizioni intricate e molto suggestive. L’unico difetto riscontrabile è proprio l’estrema lunghezza dei pezzi che, dove su disco risultano veramente intriganti, dal vivo perdono impatto e diventano leggermente pesanti. Problemi anche per loro per quanto riguarda la strumentazione, spesso le chitarre si perdevano dietro al basso (lavoro enorme del bassista) e alle tastiere. Niente da recriminare, sia chiaro, Akerfeldt è un signor compositore e cantante (i growls e le clean-vocals sono di prima scelta) e il gruppo è sicuramente rodato, preparato e passionale, è solo che l’estrema lunghezza e difficoltà dei pezzi ha spezzato un pochino il climax di tensione che si era creato.
Finalmente arriviamo a parlare degli headliner Venom (non con formazione originale, c’è solo il buon vecchio Cronos a tenere in piedi la baracca). Le premesse, però, non sono per niente buone. Il gruppo ritarda l’entrata in scena a causa di problemi agli amplificatori (ben 24 Marshall…). Quando entrano però… deludono in pieno. Il primo pezzo è totalmente spompo, funestato da problemi audio che non permettono di sentire la chitarra e con un Cronos in tenuta leggermente imbarazzante.
Si giocano subito gli effetti scenici (petardi a go go…), ma in maniera totalmente casuale e non efficace. Nel frattempo sono stati risolti i problemi audio della chitarra, propongono Black Metal, arriva sul palco Phil Anselmo che canta in duetto con Cronos (un buon pezzo) e si verificano i problemi con il basso.
Cronos è abile a tenere il palco, ma non c’è nulla da fare, dal vivo, questa sera, i Venom hanno le polveri bagnate e i pezzi, a mio parere, sono invecchiati molto male. Tanto erano potenti negli anni ‘80 (con tutto il loro debito Motorheadiano), quanto sono verosimilmente deficitari attualmente (e non si salvano neanche le nuove che, riproponendo pedissequamente gli album vecchi, non apportano nessun colpo d’ala al loro bagaglio). Peccato per l’esibizione, erano stati introdotti con tutti gli onori possibili per la storia, gloriosa, del gruppo, ma la palma di headliner (a posteriori si intende) sarebbe spettata ad un altro gruppo.
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By Stefano .
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