| GODS OF METAL 2009 (27-28 giugno 2009)
Probabilmente basterebbe la frase detta da Jeff Walker dei Carcass durante l'esibizione del gruppo a riassumere tutto il Gods edizione 2009. Rivolgendosi ad un ragazzo gli dice: "Dio non esiste e ci sono due motivi per cui Dio non c'è. La prima: ieri ho visto suonare gli Heaven and Hell (Iommi-Butler-Dio-Appice, NdA) e poi hanno suonato i Motley Crue e questo è incredibile. La seconda per quello che è successo a Ken Owen (batterista dei Carcass, costretto a lasciare il suo posto dietro le pelli a causa di una emorragia cerebrale)". In seguito Owen si è rimesso nel posto che gli spetta e ha suonato un paio di ritmiche, con deciso effetto nostalgia da parte del pubblico. Ecco, questo è stato il Gods of Metal 2009, un evento all'insegna della nostalgia e di incongruenze, ma molto interessante in diversi punti. Prima di tutto, l'edizione 2009, tenuta nello stadio Brianteo di Monza, vede la presenza di due palchi affiancati (il Left Stage e il Right Stage, che nella prima giornata viene chiamato Cruefest Stage) e un sound decisamente buono per tutti i gruppi, tranne qualche impastatura classica per le band poste in apertura. L'organizzazione si sta affilando sempre di più ma ci sono ancora dei grossi passi da fare. La possibilità di tatuaggi, merchandising e tutto è intrigante e può servire per svagare i meno interessati a certi gruppi, nonchè a fornire quei 10 minuti di ombra necessari per non finire arrosto da un sole che picchia come un fabbro (soprattutto il 28/06). Punto negativo? Il catering è molto scadente, le code sono infinite e neanche l'introduzione di gettoni riesce a snellire il tutto (i gettoni permettevano di andare direttamente a prendere il cibo senza passare alla cassa). I punti ristoro sono pochi e questo causa ingorghi molto frustranti per chi vuole vedersi un gruppo. Per il resto buono il servizio d'ordine, non ci sono stati problemi per tutto il Gods e l'organizzazione in generale. Accenno finale: molto simpatico vedere che questa edizione del Gods è qualcosa di vicino ad un ritrovo per famiglie, tante le persone over 50 che camminavano nello spazio antistante i palchi (le vecchie glorie richiamano...), bambini e mamme che giocano lontano dai palchi. Il metal è stato sdoganato?!
Ma partiamo con calma e andiamo al 27 giugno. I gruppi del Left Stage sono: Extrema, Voivod, Epica Edguy, Queensrche e Heaven and Hell. I gruppi del Cruefest Stage sono: Lauren Harris, Backyard Babies, Marty Friedman, Lita Ford, Tesla e Motley Crue.
EXTREMA - LAUREN HARRIS [s.v.]: in quanto ero per strada.
VOIVOD [7]: i franco-canadesi arrivano sul palco con un lutto alle spalle (il chitarrista Piggy, deceduto ormai 4 anni fa) e un nuovo album (Infini - ultimo a presentare tracce di chitarra del compianto Piggy) da promuovere.
Il concerto, però, non è operazione nostalgia e i Voivod sparano il loro thrash intellettuale e spaziale con decisione e potenza. La sezione ritmica è precisa (con lo "storico" Blackie a prendere il posto di Newsted al basso e Away che picchia come un macellaio ma preciso e ordinato) e compatta e il chitarrista apre a sonorità che fondono in un'unico possente amalgama il techno-thrash con le aperture progressive/mutanti tipiche del sound Voivod-iano. Snake tiene il palco con molta semplicità e sputa i versi nel microfono. Il primo vagito del Gods 2009.
BACKYARD BABIES [s.v.]: ammetto che sono arrivato tardi al Gods e avevo una fame da lupo delle steppe... e sono andato a mangiare. L'attesa è stata superiore del concerto dei Backyard Babies. Dal sound che arrivava al punto ristoro, non penso di essermi perso molto, ma non è giusto dare giudizi mentre sto mangiando.
EPICA [5]: finalmente arriva anche il gentil-sesso sul palco e il metal della band capitanata dalla (decisamente) bella Simone Simmons fa sentire il suo sound. Il pubblico apprezza ma, dalle retrovie, il sottoscritto storce più e più volte il suo naso. Niente da dire, Simone sa cantare ma non ha tutta questa incisività e perde un pò quando non tiene il cantato operistico. La band dietro (tutta giocata sulla dualità "beauty and the beast") macina delle canzoni francamente non all'altezza e rasentanti una banalità non scusabile. Parti sinfoniche registrate, il growling/screaming del chitarrista/cantante e tutto non fa che aumentare l'effetto clichè. Rimandati a settembre con un nuovo album e un maggiore lavoro di personalità.
MARTY FRIEDMAN [7]: introdotto da un paio di kamikaze giapponesi, Marty arriva sul palco e sfodera un quarantacinque minuti di chitarrismo hard-blues ficcante e groovy. La prova solista di Marty è convincete e i comprimari (perchè di questo si tratta) fanno il loro onesto lavoro senza strafare. Friedman regala anche un piccolo assaggio del suo passaggio nei Megadeth e poi ritorna a macinare quell'hard blues tecnico ma passionale che ha visto anche Satriani confrontarcisi.
EDGUY [7,5]: probabilmente visto i miei ascolti/recensioni nessuno poteva sospettare un voto così alto, ma gli Edguy danno una scossa al festival con il loro power metal arrembante ma non costantemente in doppia cassa e cavallo al galoppo. Tobias Sammet è un frontman carismatico e simpatico, anche se parte il concerto con una preoccupante afonia che non fa sperare niente di buono. Il gruppo, con alle spalle la scenografia di Tinnitus Sanctus (titolo del nuovo disco della band), prende il pubblico e lo trascina all'interno di un vortice di power metal e un certo retrogusto hard rock con buone intuizioni melodiche, spaziando agilmente fra il materiale nuovo e quello old-style e perciò acclamato a gran voce dai fan. Sammet sembra reggere bene, nonostante sia un pò in debito di voce, ma ci mette animo e grinta e questo basta per far aumentare il voto.
LITA FORD [6]: altra donzella sul palco e stessa carica hard&heavy. In questo caso l'operazione nostalgia è evidente e la sig.ra Ford non si esenta dal ricordarcelo con pezzi del suo passato. La grinta c'è e le primavere sulle spalle non sono un carico così pesante, ma il suo melodicissimo metal non è quello che si potrebbe dire "ricordabilissimo", anche se il piede a volte si smuoveva seguendo il ritmo infettante.
QUEENSRYCHE [8,5]: I primi fuoriclasse della giornata. Geoff Tate e soci arrivano, stendono il pubblico con il loro metal progressivo e intelligente e se ne vanno consci che hanno fatto strage. Concerto costruito abilmente su una commistione azzeccata di brani provenienti dagli album più famosi (Empire, Operation Mindcrime...) e estratti dalla nuova prova in studio (American Soldier) e tutto il concerto scivola come l'olio. I pezzi vecchi sono acclamati e si presentano da soli con il loro carico di classe pura, i nuovi, seppur al primo ascolto da parte del sottoscritto, sono estremamente validi e emotivamente pregnanti. Tate, novello Sopranos per l'occasione, viene aiutato validamente da un tastierista/chitarrista/voce (perdonatemi, non conosco il nome, ndA) e l'ingresso di un nuovo giovane chitarrista (molto punk dall'aspetto, ma non nel suono) ha dato più impatto al sound. Prestazione maiuscola sotto una leggera pioggia rinfrescante.
TESLA [4]: ritornati alla ribalta dopo aver vissuto anni e anni nella serie B del mondo musicale che conta, ecco i Tesla come apertura per gli headliner della giornata (i Motley Crue, che si esibiranno, come detto, dopo gli Heaven and Hell). L'hard rock melodico del gruppo sprizza calore, ma solo all'inizio, quando partono i primi accordi... poi si spegne inesorabilmente sotto una delle voci più fastidiose del panorama hard&heavy, tanto da far sembrare quasi accettabile quella di Axl Rose. Musicalmente parlando l'hard rock dei Tesla è quello che non fa male, mestiere e tutto, ma non rimane dentro, aggiungete la voce di Keith e abbiamo un'ora e un quarto di pura sofferenza. Aggiungiamo al conto l'iper-scontato solo finale, giusto per fornire materiale all'ego dei chitarristi e veniamo a momenti di pura depressione. Meglio berci sopra.
HEAVEN AND HELL [10]: Un'altra volta il Left Stage propone un masterpiece ed ecco che entrano nell'arena gli Heaven and Hell. La seconda giovinezza dei quattro ragazzi (Iommi-Butler-Dio-Appice) è qualcosa da lacrime agli occhi. Dove tutti hanno in qualche modo zoppicato, per i quattro cavalieri del Paradiso e Inferno è semplice: basta la presenza sul palco e il carisma è palpabile. E il Gods of Metal va in delirio e il vostro inviato di TMI con loro.
La selezione di canzoni è, come da annuncio, solo quella del periodo Dio e perciò l'album Heaven and Hell (Neon Nights, Heaven and Hell, Children of The Sea e Die Young), Mob Rules (E5150, The Mob Rules, Falling off the Edge of The World, Country Girl), Dehumanizer (le più conosciute I e Time Machine estratte da questo disco) e l'ultimo The Devil You Know (rappresentato da ben 3 canzoni: Bible Black, Fear e Follow The Tears). I quattro sfoggiano prestazioni massicce e piene di pathos, con Dio ancora migliore rispetto all'ultima presenza in terra italica (si concede volentieri vocalizzi in accompagnamento alla chitarra di Iommi) e il duo Butler-Iommi a dir poco mostruoso. Il taciturno bassista riesce a sostenere l'impianto ritmico della band sulla punta delle dita, con passaggi groovy e precisi (quanti bassisti metal hanno tratto ispirazione dai suoi passaggi...), mentre Iommi è solo da guardare a bocca aperta, sia quando incide solchi profondi con riff pesanti come cemento, sia quando prende il suo spazio solista e delizia tutti con un solo bluesy di ottimo spessore (e i Tesla dovrebbero incominciare a guardare e imparare...). Unico neo? Personalmente lo trovo nel non convincete Appice. Il batterista americano conferma un'altra volta la sua validità unicamente come Golia dietro le pelli, con il suo incedere sempre uguale e pesante che è un trademark (si senta Falling Off The Edge of The World), ma la pochezza imbarazzante dell'assolo di batteria è da messa alla gogna (spero sia stato solo svogliato, NdA). Fortunatamente è svolto unicamente per far rifiatare gli altri tre companeros, perciò dura poco. Un'ora e mezza sopra le righe e con il finale lasciato alla stupenda (e sempre poco proposta) Country Girl che fa da traino per la classica Neon Knights. Iommi, contrariamente al Gods 2007, risponde agli incitamenti con sorrisi e il gesto delle corna. Un unico commento: supremi.
MOTLEY CRUE [s.v.]: lo strano voto dato agli "headliner" della prima giornata è dato da una contrastante mistura di sentimenti positivi e negativi. In positivo si nota il delirio dei tantissimi fan accorsi a vedere i quattro glamster mettere a ferro e fuoco il Gods con i loro classici (anche se hanno proposto pezzi dall'ultimo Saints of Los Angeles) e una performance buona per tutto il corso dell'ora e mezza loro concessa. Contrariamente agli H&H, i Motley Crue attirano la gente con monologhi continuati (ognuno della Crue, tranne Mick Mars, si prende lo sfizio di parlare al microfono e dire la sua... senza che questo, sinceramente, fosse anche minimamente necessario) e spettacolari coreografie di luci e palco. Sul versante negativo metterei un certo senso di tristezza che fa vedere i Motley saltare come giovani gazzelle (tranne, ovvio, Mick Mars), quando in verità le primavere che li accompagnano, ormai, sono veicolo per una pensione dorata. La voce di Neil è iper-amplificata e corretta con effetti, perciò un giudizio sulla sua tenuta vocale è da tralasciare. Il resto è festa e continuo rinverdimento del mito Motley Crue. Ogni giudizio dipende da quando amore si prova per la scena glam che fu. Unico dubbio è il finale lasciato a Sweet Home, che parte come ballad per pianoforte (suonato da Tommy Lee) e poi amplifica tutto per diventare un rock più robusto, ma dal tratto malinconico.
Altro giorno, altro regalo. Il 28 giugno, dopo una ristoratrice dormita, TMI porta le sue bruciate e ammaccate ossa allo stadio Brianteo per la seconda e "più estrema" parte del Gods. Anche in questo per effetto della dormita e del rincoglionimento generale, TMI arriva dopo il secondo concerto (gli Static-X si sentono nell'area antistante lo stadio e non mi fanno rimpiangere il fatto di aver dormito un pò di più...sarà l'età... sarà la pochezza degli Static-X, ma tant'è). Sui due palchi (il Left Stage più "classico", il Right Stage più estremo) si alternano band di assoluto valore e che dimostreranno che aver preso il biglietto per i due giorni non è stata una pazzia. Unica pecca, l'annunciato rimpiazzo di Paul Gilbert sono i Saxon, impossibilitati anche loro ad arrivare in tempo al Gods of Metal per l'esibizione.
BLACK DAHLIA MURDER - STATIC-X [s.v]: come detto, dormivo. E quando sono arrivato gli Static-X stavano finendo il loro set, perciò... passiamo oltre.
CYNIC [8]: prestazione superlativa per questo gruppo di culto del death metal più tecnico. Due soli album dal 1993 ad adesso, ma come fargliene una colpa quando la prestazione è intensa e tecnicamente ineccepibile come quella a cui assistiamo. I classici vengono proposti (Veil of Maya) e acclamati dalla sparuta, ancora, folla che li segue; i nuovi brani devono ancora carburare in sede live (soprattutto perchè l'album non ha fatto storia come FOCUS) ma trovano deciso sostegno. Trentacinque minuti e saperli sfruttare. Complimenti.
NAPALM DEATH [7]: il gruppo inglese ha bisogno di presentazioni o descrizioni? No. Perciò sapete cosa trovare in un loro concerto. Peccato un pò per i suoni non precisissimi, ma siamo lontani dagli obbrobri delle scorse edizioni (il doppio palco ha decisamente giovato in merito). Onore al merito e trenta minuti di pure bastonate nei denti, con i fan del metallo classico e del power che rabbrividiscono di fronte al veleno sputato da Barney.
SAXON: non si sono presentati per traffico sulla strada.
MASTODON [9]: i quattro americani arrivano sul Right Stage sovrastati da un'enorme gigantografia dell'ultimo album "Crack The Skye" e si capisce subito che non ci saranno prigionieri. Nei quarantacinque minuti concessi, i quattro Mastodonti riempiono lo stadio con una scarica di watt impressionante. I suoni sono perfetti e incredibilmente pesanti, con basso e batteria che martellano stomaci e testicoli come Tyson nei momenti migliori, mentre le due chitarre si lanciano in riff e rincorse, giocando al gatto e al topo, sempre tenendo saldamente in mano l'ordito della composizione. Questo è il bello dei Mastodon: le composizioni si nutrono tanto del vecchio thrash metal (si sentano i brani del capolavoro Leviathan) sia del progressive più sopraffino, condendo il tutto con lo sludge e una perizia tecnica notevolissima... il tutto senza far scadere la canzone ad un mero muro di riff senza senso. Stacchi perfetti e brani al cardiopalma, interpretati ottimamente anche a livello vocale (molto buoni i chorus e gli intrecci vocali). Il gruppo americano alza il livello di aspettativa per questo giorno... confrontarsi sarà difficile.
TARJA TURUNEN [4,5]: la finnica Tarja si presenta sul Left Stage di rosso vestito e, sfortunatamente, è bersaglio facile di critiche. L'aver lasciato i Nightwish è stata una decisione importante per la carriera di entrambi e per nessuno è stato il vero lancio verso una notorietà ormai raggiunta. Tarja si contorna di session-man di assoluto spessore e si bilancia fra la produzione solista e qualche estratto Nightwish per tenere in caldo il pubblico, ma è il suo tono operistico il vero punto di richiamo per la gente. In poche parole: le composizioni soliste della finnica signora sono inconcludenti, quelle dei Nightwish suonano meglio con i Nightwish dietro e questo è quanto. Permettetemi una provocazione, ma ho la strana sensazione che fra un pò assisteremo all'ennesima reunion fra i Nightwish e la figliola prodiga, in quanto il salto di qualità che Tarja aveva sperato non sussiste (a quanto si vede dalla performance). Riunirsi significherebbe tornare a fare palate di soldi, chissà che non succeda... solo il tempo ce lo dirà.
DOWN [9]: Phil Anselmo e truppa ritornano in Italia per la terza volta in altrettanti anni, una media importante per un gruppo che non era venuto nel Vecchio Continente per undici anni. L'attesa per il gruppo è spasmodica, anche se sembra che molta gente sia la più per vedere Phil Anselmo di persona/per il ricordo dei Pantera, che per il reale valore dei Down. Comunque sia, l'ex frontman dei Pantera, mohicano old-style e tonico come non mai, si presenta sul palco insieme alla sua truppa (Rex Brown, Pepper Keenan, Kirk Windstein e Jimmy Bower) e sfodera quel caloroso e groovy metal sudista a larghe tracce stoner che è il trademark del gruppo. I suoni perfetti dei Mastodon accompagnano anche i Down e l'aggressione sonora, mai così calorosa e vibrante come in questa edizione, è imponente, un piacevole Knock-Out. Phil si danna, non c'è niente da fare, calamita gli sguardi con le sue pose e il suo atteggiamento da "io vs. voi", e vocalmente è ai massimi livelli (non si esibiva in screaming e passaggi pericolosi per la tenuta vocale da anni), anche se "opportunamente sorretto" da un provvidenziale spray che si vaporizza in gola ogni 2x3. Ma è solo una notazione a margine, perchè la prestazione è vibrante e potente come poche e i brani (da Lifer, dedicata a Dimebag, a Stone The Crow fino alla conclusiva Bury Me In Smoke/Nothing in Return (Walk Away)) sono eccezionali. Chiusura lasciata Phil che interpreta, giustamente un pò in affanno dopo un concerto intensissimo, qualche verso dei Led Zeppelin (Whole Lotta Love e Stairway to Heaven) e il sapario cala. Incredibili.
BLIND GUARDIAN [7]: Hansi e la nostalgia di un passato che fu. Il Guardiano Cieco ritorna nuovamente al Gods (dopo l'esibizione del 2007) e ritornano a presentarsi i pregi e i difetti del gruppo. I pregi sostano sempre nelle stesse coordinate, il pedigree dei Blind Guardian e i dischi che hanno creato sono ormai nella storia del power d'autore e hanno una loro eccezionale valenza emotiva sul pubblico (soprattutto la conclusiva Bard's Song). La band che supporta il leader/vocalist è in palla e si sente, sfoderando una buona prestazione (anche se la chitarra solista sembra presentare qualche incertezza) e nota di merito va ai cori, intonati e potenti. Hansi, invece, è proprio la nota negativa: il suo tono si è trasformato e la voce ormai è quella che è. Vocalmente parlando i chorus vincono a man bassa contro la prestazione di Hansi, che sembra aver fumato un paio di sigarette di troppo, tanto è catarrosa e ruvida la voce (acuti neanche a parlarne ormai, ci ha tentato ed è stato francamente un pò imbarazzante). Voce a parte, il leader dei Blind Guardian tiene il palco da consumato professionista e si dona al pubblico e la gente è in estati. Nota a margine: il numero di magliette dei Blind Guardian era inferiore solo a quelle degli Slipknot.
CARCASS [10]: uno spettacolo nello spettacolo. Il gruppo inglese torna per il secondo anno consecutivo al Gods of Metal (dopo la presenza dell'anno scorso) e ancora una volta si ribadisce lo status di autentici fuoriclasse. La precisione chirurgica (scusate il gioco di parole), la potenza e l'interplay degli strumenti è incredibile. Walker è in forma e il suo screaming è corrosivo come ci piace sentirlo (come anche il suo caustico senso dell'umorismo) e dove Michael Amott colpisce con i riff e assoli tipicamente metal, Bill Steer furoreggia con il suo substrato vagamente bluesy/hard-rock e la composizione acquista una vibrante vita mutogena. Ulteriore nota di merito al batterista Erlandson (che sostituisce Ken Owen), macchina impressionante per velocità, precisione e groove. Selezione di brani presi da tutta la discografia, dai primissimi esordi grind/death-grind (che vedono Steer prendere il microfono centrale e tirar fuori il suo profondo growl) alle sciabolate death di Heartwork fino alla ormai presenza fissa di Keep on Rottin In The Free World da Swansong.
Non serve dire altro, il voto parla per se.
DREAM THEATER [s.v.]: ammetto che il giudizio nei confronti di questa band è difficile, soprattutto per chi, come al sottoscritto, il progressive tutto tecnica non scende neanche con la soda caustica. Citando Il Mago di Oz, i Dream Theater mi sembrano sempre una versione musicale dell'uomo di latta: senza cuore. Le composizioni sono incredibili (soprattutto quelle del passato), ma mancano di qualcosa che è il feeling, sono tutta tecnica e basta (cfr. Cibo per la Mente). Le nuove canzoni sono particolari, hanno qualche accenno pop particolare e, a volte, sembrano un pò messe insieme per fornire spunto a ciascun musicista di essere protagonista, ma tant'è. Portnoy pesta sulla batteria come se avesse un conto in sospeso con lei, Petrucci piace quando è pacato e costruisce con la sua chitarra invece che sfoderare assoli fotocopia, Rudess e Myung sono più "riservati" e LaBrie viene ampiamente aiutato dal dio della tecnologia per avere una voce brillante (tenderei a sottolineare ampiamente). Questo non cambia il fatto che Metropolis o Pull Me Under siano ottime canzoni e la prestazione del quintetto americano sia osannata come da aspettative. Il giudizio è solo vostro adesso.
SLIPKNOT [s.v.]: altro headliner, altro voto lasciato all'audience. Non conosco molto degli Slipknot e li ho visti dal vivo per la prima volta a questo Gods of Metal ma, da adesso in avanti, ho una ragione solida per evitare come la peste altri concerti del gruppo americano. Le composizioni sono inesistenti, molti dei membri del gruppo sono sostanzialmente inutili (i due percussionisti e il DJ sono francamente coreografici e basta), le chitarre fanno solo una ritmica fratturata e Jordison si dimena dietro le pelli come un ossesso per far una merea di rumore. I vecchi brani, che tutti definiscono disturbanti e inquietanti, sono si disturbanti ma solo perchè non si capisce cosa vogliano raggiungere, non sono così estremi, non sono accessibili, non si ha idea di dove vogliano andare a parare: in altri termini, sembrano essere estremi quel tanto da far dire alla gente "ma sono cattivi!", ma non così tanto da far dire "sono TROPPO cattivi!". Le iniezioni di pop melenso dei chorus che hanno gettato nelle composizioni rafforanzano l'idea di un prodotto ben congegnato, sempre in bilico per non essere tanto estremi da essere fuori mercato. Le smancerie classiche di Taylor eguagliano quelle espresse dai Motley Crue ma è il vuoto siderale della mancanza di musica che fa male. Il giudizio del sottoscritto, però, è smentito dalla mole di persone che si accalca davanti al palco e osanna gli Slipknot con cori e grida, ricambiato da un'ora e mezza di prestazione aerobica da parte di tutti e da una scenografia per la quale vale parte del biglietto pagato. Con sensazioni così centrifughe, non si può dare un giudizio e perciò dipende da cosa pensate voi del gruppo e sul nu-metal degli Slipknot.
Horns up.
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By Stefano. |
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