| Siamo in un migliaio e poco più a combatterci le prime file di un Rolling Stones che sta per vomitare scintille, quando le luci della sala cominciano ad attenuarsi, ma il racconto, per essere precisi, non inizia da qui.
In realtà, per i Nevermoriani meneghini e provenienti da tutto il Nord Italia, l’appuntamento con gli idoli inizia già nel pomeriggio, presso un anonimo negozio di dischi metal-specializzato, dove i Nostri fanno la loro comparsa per firmare autografi e stringere mani. La notizia, forte del metal-passaparola, fa il giro di molti orecchi e in meno di una metal-mezzora, una bella coda di persone si affolla nel sottopassaggio del duomo, sito del negozio. La gente passa e ci osserva basita “ma c’è qualche star?” chiede uno “ma regalano dischi?” chiede un altro. Le vecchiette schivano, i truzzi sfottono. Sottovoce. I fratelli del metallo sono numerosi e insieme al sottoscritto e ai suoi due compari di avventura, cercano nelle tasche uno scontrino, una cartolina, una figurina un poster, un cd da farsi autografare. Qualcuno porta il demo della sua band, sperando in chissà cosa. Io per sicurezza l’ho portato.
Lo staff del negozio si ingrazia gli accodati distribuendo poster e chiedendo di fare cordone, in quanto i Nevermore stanno giungendo, e così avviene. Dane, Sheppard, Williams, Loomis e Smyth si infilano in fretta nel negozio dalla porta posteriore salutando a casaccio. Comincia l’attesa. Dane esibisce cornetti e volti crudeli per gli affezionati postulanti di foto, gli altri ridacchiano e chiacchierano distratti.
L’idillio dura un paio d’ore, e molti fortunati (tipo io) se ne vanno soddisfatti.
Ma torniamo al punto vero e proprio: il concerto. La location è perfetta per il numero di persone, si può stare tutti comodi, ma come sempre finisce che 1200 persone vogliono stare in prima fila e comincia una calca abbastanza fastidiosa, per quanto comprensibile. Il vostro affezionato è in seconda fila, e cerca di non infilzare una paffuta darkettona davanti a lui con le sue possenti borchie.
Un, due, tre, via! I Mercenary decollano subito con entusiasmo sulle ali di un heavy metal dal sound moderno, con grande feeling e galvanizzati dalla serata. Il pubblico, ovviamente, è formato da quei metal fans che fanno gli anticommerciali, ma che si sbattono solo per gli Headliners, e risponde freddamente. Siamo in una decina al centro dello stage a muoverci e a dare un po’ di feedback a quei ragazzi, al cantante sembra bastare.§
Dopo lo show del gruppo di apertura, un rapido cambio palco abilita l’entrata in scena dei Dew Scented, un gruppo di boh metal… dico boh perché non avendoli mai sentiti prima, essendoci anche un sound non ottimale durante la loro esibizione, non saprei dirvi se facessero grind, brutal o qualcosa di simile… inoltre ero troppo impegnato a picchiare chiunque cercasse di soffiarmi il posto, il pogo comincia ad estendersi e scopro di esservi proprio in mezzo. Yeah!
Si ok, lo ammetto, detesto sia il Grind che il Brutal e non li ho ascoltati.
Finalmente alle 22 e qualcosa (il tempo ai concerti non esiste, esiste solo il durante) Jeff Loomis fa capolino dai backstage e impugna la chitarra, seguito a ruota dai suoi compari. Parte “Born” bella botta per cominciare, suonata praticamente quasi uguale al disco, con grande soddisfazione del sottoscritto, che da quel momento ha perso il controllo. Dane con tanto di cappellino da baseball salta sul palco, e ogni sua parola è un dramma dipinto nei suoi gesti. Quando dovete dire al vostro cantante che è poco espressivo, fategli vedere questo tizio qui, datemi retta. Il pubblico va fuori di testa e comincia ad ondeggiare e menare le mani e tutto il resto, fermandosi solo per prendere il fiato ogni tanto.
Si susseguono in una bolgia di urla e mani alzate “My Acid Words”, “Bittersweet Feast”, “Sentient Six” tratte dal nuovo album, le classiche “Seven Tongues Of God” e “Sound Of Silence” particolarmente sentite, insieme ad una pirotecnica “Enemies Of Reality”, una inaspettata “The Heart Collector” e “Nachosynthesis”.
Il gruppo ci mette energia e abilità, con una esecuzione pulita e sapiente, coinvolgimento totale del pubblico, osanne varie e grandi emozioni (per quelli che non erano li solo a muovere i capelli, ma anche a –percepire- la grande atmosfera che i Nevermore hanno creato. Dane canta in faccia ai suoi fan, pretende i cori, sfodera la sua gran classe, non è certo uno di quelli con il palo nel culo e questo viene reso chiaro a tutti.
La band sembra divertita, e l’essere spensierati rende tutto più semplice.
Dopo un’ora e mezza di delirio e potenza, il concerto si chiude con alcune encores di tutto rispetto tratte dall’ultimo album, “Final Product” e la Title track.
“thank you Milano, and welcome to this godless endeavor”.
Ebbeh!
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By Circolo
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