| Data fenomenale quella del 30 novembre. Il sottoscritto possiede i biglietti per uno dei concerti che attende da più tempo: vedere dal vivo la Storia del Hard’n’Roll, Mister Robert Plant (ugola dorata della più spettacolare formazione di hard-blues, i Led Zeppelin).
I preziosi biglietti sono quelli per Milano, per la precisione all’Alcatraz, data storica anche in prospettiva (l’ultima volta che i Led Zep sono capitati, da invasori, nella capitale lombarda sono successi macelli indescrivibili).
Il biglietto riporta: apertura cancelli alle 19.00 e concerto alle 21.00. Per non essere presi in contropiede, il mio socio e il vostro umile reporter, si presentano ai cancelli alle 19.50. Bancarelle e bagarini a parte, la situazione è particolarmente tranquilla. Pure troppo, ad essere sincero. Entrati nell’Alcatraz ci ritroviamo praticamente in famiglia, non essendoci più di 100 persone ad aspettare il biondo dio dorato. Stupore. Il tutto condito da una insistente musica elettronica con reminescenze arabe (che, se all’inizio era rilassante, finisce per rompere i cosiddetti e ti fa desiderare qualsiasi altro rumore, persino il bagarino che continua ad ululare: “biglietti!!!!….”).
Verso le 20.10 sale sul palco il gruppo di spalla, un quartetto di allegri ragazzoni americani. Propongono una mezzora di adrenalinico rock’n’roll, con canzoni coinvolgenti ma un po’ tutte uguali. Il frontman merita una citazione a parte, perché si sgola, suona l’aromonica e si divincola sul palco manco avesse tarantole nei pantaloni.
Finalmente la sala incomincia a riempirsi e la tensione sale, ampiamente supportata dalla riproposizione della musichetta pseudo-arabeggiante (intervallata da remix delle canzoni di Plant, una bestemmia, non so se mi spiego).
Scoccano le 21.00 e la sala sembra trattenere il fiato (quasi si sente il suono di migliaia di bocche che risucchiano l’aria nell’attesa), ma, udite, Robert Plant non si presenta. Da grandissimo uomo di spettacolo sa quando entrare, sa come esacerbare il pubblico, renderlo isterico in modo da governarlo da bonario dittatore. E così è. Il pubblico esplode in canti, implorazioni, cori. Ma Godot non si vede.
Solo alle 21.15 la musica araba si stoppa (finalmente) e le luci si abbassano, rossastre e cariche di presagi, per poi alzarsi imponenti accogliendo Sua Maestà Robert Plant. Il pubblico dell’Alcatraz, rinascendone il diritto a regnare sulle sue sorti, ne tributa il doveroso omaggio, inneggiando e spellandosi le mani in applausi.
Poche parole, furbe, e via con la musica. Due canzoni di riscaldamento e subito sguscia nell’aria una superba Black Dog. Gli Strange Sansation non saranno Jonsey, Pagey e Bonzo, ma picchiano duro e fanno il loro sporco lavoro, profumando, spesso, le canzoni con influenze marocchine e nord-africane in genere. Plant non si risparmia e si cimenta in balli, pose d’annata, richiamando i cori e le mani della gente e, sorridente, vede il Suo popolo rispondere accorato. Le canzoni dei suoi album solisti scorrono via tranquille, senza grossi sussulti, infarcite come sono di un’elettronica a volte un po’ troppo invadente; ma la loro figura la fanno (peccato che, nell’insieme sembrino un pochino un modo per collegare i grandissimi pezzi dei Led Zeppelin; ma questa è un’opinione di parte). Da buon re benevolo Plant ci delizia proponendo ben 7-8 pezzi del suo gruppo storico (l’incertezza è data da alcune rivisitazioni dei vecchi successi), la già citata Black Dog, la deliziosa e suadente Going to California, le primigenie White Summer (almeno una parte) e What is and What Should Never Be, la marziale When The Levee Breaks, una stupefacente Gallows Pole (una delle canzoni che amo di più, riuscendo a creare un climax emotivo intensissimo) e anche una meno conosciuta Four Sticks. I pezzi dei “Martelli degli Dei” risuonano potenti e compatti, riproposti spesso abbastanza calligraficamente (tranne una storpiata Black Dog, in cui Plant si cimenta in varie voci, persino in un estemporaneo rap). Viene anche proposto un pezzo del suo penultimo album (Dreamland, album di sole cover), ma la versione offertaci di “Hey Joe” (canzone sacra, ricordate Hendrix?) è spiazzante e sinceramente non all’altezza. Lascia stupita la scelta di proporre un pezzo completamente stravolto che, se su disco poteva risultare particolare e apprezzabile, dal vivo perde potenza e non accende l’entusiasmo. Poco prima dei bis il biondo padrone del palco si accorge che la Voce (quella voce capace, con noncuranza, di passare da squilli da sirena a sanguinosi blues) sta perdendo mordente e decide di chiudere in bellezza.
Il pubblico è completamente andato e inneggia a Plant come un salvatore. E Plant non delude. Ritorna e propone due pezzi, di cui uno dai suoi album da solista. Ma è il secondo pezzo che fa esplodere l’Alcatraz (e il vostro umile reporter con esso). Anticipato da un sorriso furbo, luci puntate al centro del palco, chioma bionda e carisma palpabile, le potenti note di Whole Lotta Love sgorgano belluine dalla chitarra degli Strange Sensation. Un coro unanime segue il cantato di Robert, parola per parola, come se perderne una significasse spezzare la magia. La versione proposta è carismatica e coinvolgente, con ampi gesti di assenso di Plant e ottimi incroci fra il cantato e i chorus del pubblico (chiamato in causa spessissimo da un gigioneggiante Robert).
Le ultime note si spengono in un lunghissimo applauso, tributo ad un eroe: uno che, armato di un martello degli dei, ha conquistato l’America e soggiogato Milano.
SETLIST:
Freedom Fries
7+7 is
black dog
california
another tribe
four sticks
four winds
what is and what should never be
tin pain valley
when the levee breaks
gallows pole
the enchanter
whole lotta love
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By Stefano
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