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Che cosa succede se le oscure trame gotiche dei Theatre of Tragedy cedono? I maligni puntano il dito verso la penultima produzione ovvio. Ma nella vita oltre alla morte di certo c’è che più in basso di così non puoi andare. Ed i Theatre devono aver pensato questo confezionando “Forever Is The World”, in un involucro di melodie decisamente più catchy rispetto al vecchio tenore. La presenza della singer Nell Sigland, alimenta ancora quella vicinanza sempre più marcata tra la band e i The Crest; che, dalla loro hanno sempre mantenuto un profilo basso, un gothic semplice e leggero senza troppe pretese; ma quando dietro ad un disco c’è un nome importante, allora bisogna rispolverare l’abito buono e sfoggiarlo alla prima occasione utile. Come ho già accennato, la nuova “fatica” (sembra un paradosso usare questo termine) dei norvegesi, si presenta come una linea che divide il passato dal presente. Da un lato le atmosfere cupe e teatrali di una volta – rese al peggio della forma – e dall’altro la voce ed il mood accattivante e dinamico stile Crest. Le dieci canzoni si lasciano ascoltare ostentando mancanza di idee e volontà di fare qualcosa concretamente. Ciò che traspare è un’indecisione ed un’inadeguatezza che si traducono immancabilmente in noia, come in “A Nine Days Wonder”. E se non bastasse questo a far demoralizzare l’ascoltatore basta scendere ad episodi quali “Hollow” ed “Astray”, da far sanguinare le orecchie. Signori vi basta o volete anche la mazzata finale? Eccovi servito su un piatto d’argento il problema vero: “Deadland”. All’apparenza un’odiosa traccia da canale televisivo commerciale…eppure, non vi pare che i Theatre abbiano ripreso colore? Ma si dai, non li vedete più sereni, più a loro agio?
Bè cos’altro dire? Sono arrivata alla fine del disco, e delle mie considerazioni. Il mio stato d’animo adesso è veramente goth, lacerato a fondo. E non grazie alla musica dei Theatre.
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