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In questo momento di crisi economica e, lasciatemelo dire, anche musicale; finalmente ho visto passarmi tra le mani un buon disco e per giunta nostrano. La formazione parmense, dalle spiccatissime influenze power (dai Gamma Ray, ai Nightwish, passando per i Blind Guardian), propongono un disco d’esordio, veramente singolare.
Si parte immediatamente con un sottofondo sinfonico che apre la strada all’opener “Trail of the Wolf”, nella quale troviamo intanto una buona produzione (ovviamente rispetto alle possibilità che la band ha avuto), e a mio parere un’ottima scelta nel cantato della singer Giorgia Marra. Infatti la front-woman ha operato, una scelta molto intelligente, e cioè di non presentarsi immediatamente, con un cantato lirico, ma bensì di puntare su una voce – indubbiamente dotata e molto ben impostata – pulita, lasciando alle parti più sinfoniche, degli sprazzi di tonalità più acute. Altrettanto degna di nota e di merito “Deconstruction of my mind”, dal tratto sound-inspired dai suddetti Nightwish e perché no, anche dagli After Forever (che per altro i Winter Haze, hanno anche supportato in sede live). Non mancano comunque anche momenti più soft come in “Eyes to the dawn”, e nella ballatona “From here to eternity”, eseguita tuttavia in modo discreto.
Tuttavia come si suol dire “ogni rosa ha le sue spine”, e volendo fare un po’ di sana polemica, ci si potrebbe attaccare al songwriting poco elaborato, estremamente ridotto, rispetto alle capacità sonore della band. Altra critica, che però, in questo caso assume più la forma di un consiglio: ragazzi spingete! Buona la performance delle chitarre, e come già detto anche della voce, ma c’è comunque bisogno di “osare”, spingersi un passo più in là della zona protetta e tentare la sorte. Un conto è conoscere i propri limiti e un altro è non sperimentare territori personali, al rischio di subire qualche danno.
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