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Recensione Myrkur - Mareridt (2017)
Scritto da Stefano   
Domenica 28 Gennaio 2018 09:20

Myrkur - Mareridt (2017)

Non saprei bene come valutare i lavori di Amalie Brunn, in arte Myrkur. La cantautrice danese (ma di stanza in America) si è presentata sul mercato black metal nel 2014 con il primo EP (Myrkur) e poi, a cadenza annuale, ha dato alla luce un full-length (M) e poi il live album Mausoleum prima di uscire con questo Mareridt. Dei precedenti si può dire che, a parte il live album – il migliore fra i tre dischi usciti prima di questo che sto recensendo- , l’Ep e M soffrono entrambi di un problema terribile: sono incasinati.
Tutti presentano troppi elementi, troppa carne al fuoco e, a conti fatti, si assiste solo ad un macello incomprensibile di voci angeliche, nenie sognanti, parti black metal (che non ti prendono neanche un po’) e l’accozzaglia di incontro-scontro fra vocals pulite, scream black metal e idee molto confuse.
Su Mareridt la cantante sembra aver capito, in buona parte, cosa deve fare e cosa no. Rispetto ai precedenti, c’è un maggiore utilizzo delle clean vocals angelico-gotiche e ci sono meno parti strettamente black metal. Il che, con tutta l’ironia del caso visto che parliamo di un disco che vorrebbe essere black metal, è un vero beneficio. Quando cerca di pestare sul pedale del genere adorato da Satana (episodio ridotto al solo Maneblot), ecco che ritornare fuori i vecchi difetti e la voglia di spararti sulle palle. C’è poco da fare: o il black metal lo sai fare o è meglio che trovi una tua via per adorare Satana e fare proseliti.
La presenza di molte tracce che assomigliano a nenie funebri/canzoni della buonanotte (De TrePiker per esempio) è un format che si addice molto alla cantante danese che, avendo capito i limiti della sua proposta, replica la formula per tutto il disco.
Una delle migliori canzoni è forse Funeral, che vede la partecipazione di un’altra lady in black: Chelsea Wolfe. Il sound è cupo e le vocals si fanno spazio senza rompere troppo i coglioni. Vi giuro, un toccasana.
Mareridt potrebbe essere il disco che segna il passaggio di Myrkur da un sound sgraziato e senza speranze ad uno che, se trattato con cura, potrebbe tenerla lontana da quei gruppi fastidiosi e da dimenticare in fretta, di dischi orrendi ce ne sono troppi per aggiungerne altri.